9.8.13

IO NON STIRO!

Sono una che tende alla semplificazione.
Con gli anni credo di essere diventata spartana.
Ma penso che ci sono così tante cose da fare nella vita, che in qualche modo bisogna sfrondare.

Per quanto ami la mia casetta, con due gatti e un cane, non ritengo che sia umanamente possibile tenerla a specchio. Mi avvalgo dell'aiuto settimanale del mio Magico Silva(n), che riesce a darmi un'impagabile sensazione di passaggio di Mary Poppins, ogni volta che rientro a casa dopo il suo intervento. Ho anche la fortuna di avere un pavimento color Wendy, per cui i peli si notano meno. Ma non ho un pavimento color Tatina né uno color Senatore. Benedico l'invenzione della scopa elettrica e riesco a tenere la situazione nella decenza.

Una cosa che non mi dispiace, in casa, è il bucato. Ho una vena di Orsetto Lavatore in me, e ho avi lavandai. Trovo quasi ludica la suddivisione dei panni per colore, per fibra, fare gare di memory coi calzini, scoprire di che colore sarà il bucato, dopo essermi ricordata troppo tardi che quelle maledette lenzuola stingono.
Applico con fiducia il metodo dell'ostensione scientifica del panno: tirare bene i bordini, ridare la forma agili strofinacci, ripiegare per benino le lenzuola. Le magliette e le camicie richiedono dedizione, talvolta gruccia e attenzione alle cuciture.
Ma odio stirare.
E' più forte di me.
Io non stiro.
(Quasi mai.)

Ci ho provato svariate volte: ho tentato di convincermi che, pur senza cedere ad eccessi, una stiratina a qualcosa ogni tanto ci poteva anche stare. Mi sono armata di entusiasmo e buona volontà e ho agguantato ferro, asse da stiro, camicie e magliette. La prima camicia l'ho affrontata con piglio bellicoso, tra sbuffi di vapore e nebulizzatore. Ho vinto io. Alla seconda maglietta ero già di pessimo umore. Alla fine dell'intero blocco di panni ero intrattabile, sudaticcia e rancorosa.
E così non va bene.
Ho anche la fortuna di non avere un marito che va in ufficio al mattino tutto sistemato. Anzi, abbiamo uno stile stropicciato che ci piace. Me ne sono convinta. Sono una donnina grassoccia e stropicciata. Ho un ampio marito informale e quelle poche cose indispensabili (camicie ed abiti per occasioni in cui si debba assumere un'aria sistematella, qualche tovaglia) me le vado a stirare da mammà. Che invece è un asso del ferro.
Praticamente lo usa come se fosse una bacchetta magica: restituisce forma alle cose più incredibili. Con il ferro professionale riusciva a ripristinare gli elastici smollati dei pullover. Ha resuscitato maglioni dati ormai per defunti. Ha cambiato taglia alle gonne. Addomestica false pieghe come se fossero di burro. Restituisce il plissé alle gonne plissé. Ho visto clienti fare la ola, quando rendeva loro la camicetta rianimata e vispa dopo un duro scontro con la lavatrice.

I pullover un po' slabbrati hanno la loro eleganza. Ho gonne comode, che ingrassano insieme a me. Non porto complesse camicette plissé e so quale plissé posso mettere in lavatrice e quale no senza tema di disastri. E mammà mi stira le tovaglie e i vestiti “buoni” con tutta la mia gratitudine.


13.9.12

IL GIRO DI PEPPE (Due sorelle cretine in giro per la Campania)


Mattinata piovosa.
Risveglio cupo e alquanto infreddolito.

Marito in partenza per Roma.
Ci prepariamo come al solito per uscire, e come al solito bisogna agguantare Wendy che detesta uscire, la ficchiamo in macchina. Arriviamo da mammà, lui lascia me e il cane e se ne parte.
“Arrivederci, arrivederci, telefonami quando arrivi!”

Entro in casa e trovo mammà semidevastata da un'influenza che, temeraria e ingenua, pensava di aggredirla ma, è risaputo, ci vuole ben altro che qualche bacillo per mettere KO la genitrice.
Inizia il diluvio.
Mia sorella, che lavora in un centro cinofilo, si appresta ad uscire per andare a prendere un cane da portare in pensione. Scruta l'acqua che viene giù e decide di attendere almeno che spiova un po' prima di avventurarsi sotto la pioggia battente. Sposta la presa del cane al pomeriggio.
Io non ho molto lavoro da fare, mi attardo chiacchierando, nel frattempo si sono fatte circa le undici e ancora non mi sono data una svolta costruttiva.
Le sorelle canine sono incerte se rotolarsi nel fango del giardino o starsene buone al riparo a vedere la pioggia che cade.
Squilla il telefono.
Risponde la sorella.
“Dove sei? Che t'è successo?? OK, arriviamo!”
Telefonata del marito che, in viaggio verso Roma con spia dell'olio accesa, bloccato in autostrada nei pressi di Teano in una piazzola di sosta, chiede olio e soccorsi. Che gli rispondi? “Obbedisco!”
“Mamma!! Noi andiamo a soccorrere Stefano! A dopo!!”
Riforniteci dell'olio ci mettiamo in viaggio alla volta di Teano.
“Meno male che ho spostato l'appuntamento di stamattina!”
“Eh! E ha pure smesso di piovere così forte. Un'oretta e siamo di ritorno!”
Telefonata di mammà: “Ma dove siete? Vi aspetto per fare il caffè?” “Nono! Non ci aspettare! Ci vediamo a pranzo!”
Abbastanza agevolmente, nonostante la pioggia e i camion sull'autostrada, raggiungiamo la piazzola incriminata, dove un marito afflitto e fluorescente nel suo giubbottino arancione regolamentare ci attende, fiducioso e pieno di gratitudine. Rabbocco dell'olio, scorta, controllo motore: tutto a posto.
“Ci fermiamo al primo autogrill per prendere un caffè e poi ce ne andiamo!”
Ovviamente l'autogrill è quello di Teano, dove campeggia l'immagine del celebre incontro. Caffè e battutine scontate. Ci salutiamo così lui può riprendere il viaggio verso Roma e noi, presa la prima uscita dell'autostrada, possiamo invertire la rotta e tornare verso casa.

E qui comincia il delirio.

Mia sorella ed io, prese singolarmente, possiamo sembrare quasi delle personcine normali e senzienti ma, per una strana reazione chimica, quando giriamo assieme, riusciamo a perderci dovunque andiamo e a fare le scelte più idiote possibili anche quando la statistica e la legge dei grandi numeri vorrebbero il contrario.
“Mmmmmh! Dovremmo mettere gas. Qui c'è il distributore: andiamo!”
Arriviamo al distributore del gas dove regna la desolazione più assoluta e non si vedono tracce di vita senziente. Attendiamo pazienti per un po'.
“Uff! Dovrei anche fare pipì!”
“Eh! Io pure!”
“Ma qua, secondo me, i bagni fanno schifo!”
“Vabbè, ma tanto non ci vuole molto fino a casa: preferisco aspettare”
“Sì, hai ragione!”
“Ma a 'sto distributore non c'è nessuno?”
“Pare di no. Che vogliamo fare?”
“Mah! Il gas è abbastanza, ce la facciamo a tornare, e poi lo metto oggi al distributore dove vado sempre!”
“Sì sì. Andiamo!”
E via così alla volta dell'uscita di Caianello.
Le ultime parole famose: “Cerchiamo di non fare come al solito che ci perdiamo: chiediamo bene al casellante dove si prende l'autostrada per tornare indietro!”
“Vero! Così non rischiamo di fare il giro del mondo!”
“Scusi! Per riprendere l'autostrada in direzione Napoli, come dobbiamo fare?”
“Dopo la rotonda, allo stop, fate la conversione.”
“Grazie! Buongiorno.”
“Prego. Buongiorno”

Il primo dubbio, confesso, l'ho avuto sulla conversione e immaginavo che ci saremmo trovate sulla via di Damasco. Invece è andata peggio: la rotonda non l'abbiamo mai incontrata e l'unico stop che abbiamo visto era contromano. Un po' perplesse ma fiduciose abbiamo imboccato la prima strada che ci è sembrata plausibile e via.
“Ma dove stiamo andando?”
“Esattamente non so, ma sembra una superstrada e sicuramente ci porterà da qualche parte dove potremo prendere l'autostrada!”
“Vero! Hai ragione!”
E abbiamo proseguito imperterrite e soddisfatte. Anche perché, nelle nostre peregrinazioni sorellesche, ci siamo talvolta avventurate nel beneventano e ricordavamo che ogni volta che prendevamo la strada sbagliata, per qualche bizzarro motivo ci ritrovavamo sempre a Caianello, dopo aver percorso un mucchio di strada in più del necessario. Io non guido, ma ho memoria che, da Napoli, uscendo a Maddaloni, ci si ritrova nella direzione giusta. Essendo noi venute da Caianello, semplicemente non poteva andarci così male da ritrovarci di nuovo a Caianello dopo aver fatto il giro del mondo. La logica sembrava inoppugnabile e quindi ci siamo rilassate.

“Bella 'sta strada! E' così alberata!”
“E poi non c'è proprio traffico!”
“Vero! Niente camion: magari si allunga un po', ma si cammina molto meglio!”
“Vero, vero! Peccato solo che dovrei fare pipì!”
“Io pure! Vuol dire che alla prima area di servizio ci fermiamo, così magari mettiamo pure il gas, che non si sa mai!”
“Sì! E qui i bagni magari sono un po' più puliti, che c'è meno passaggio!”
“Eh, certo che qui è proprio una bella zona!”
“E' così alberato!”
“Eh! Talmente alberato che ti aspetti di vedere sbucare qualche Elfo!”
“Ehehehe! Ma a gas come stiamo messe?”
“Si è appena accesa la riserva, ma c'è anche un po' di benzina quindi dovremmo farcela tranquillamente!” (Notare il passaggio al condizionale)

C'è passata davanti agli occhi tutta la provincia di Benevento. In ordine sparso ricordo le uscite per S. Giorgio del Sannio, Faicchio, San Lorenzo Maggiore, Telese, San Salvatore Telesino, San Lorenzello, Dugenta, Guardia Sanframondi.

“Eh! Bei posti qui!”
“Sì! Peccato che tutte le stazioni di servizio siano sempre sull'altra mano”
Poi abbiamo scoperto che Benevento ha almeno una dozzina di uscite possibili, mentre di tanto in tanto campeggiavano pallidi cartelli che facevano riferimento all'autostrada Napoli-Bari.
Periodicamente arrivava qualche telefonata preoccupata del consorte che parallelamente viaggiava sicuro verso Roma.
“Dove siete?”
“Siamo a buon punto! Tra poco prendiamo l'autostrada! La Napoli-Bari è molto più bella, è a tre corsie e si viaggia meglio!”
Sapendo quanto sia inutile allarmarsi o, peggio, tentare di dissuaderci, il marito ha tenuto stoicamente per sé i suoi commenti e le sue perplessità. Mentre noi, eroiche, trattenevamo la pipì.

Alla vista delle indicazioni per Avellino abbiamo manifestato composto giubilo, unito alla certezza della sorella dell'esistenza di una stazione di servizio da lei già frequentata, quindi sicuramente munita di pompa gpl e toilette. Un cartello che la indicava a soli 18 chilometri ci ha rassicurate. Attimi di panico a causa di alcune deviazioni che “Mica ci faranno saltare la stazione di servizio?” “Ma no! E'impossibile!”
Cori scomposti hanno seguito l'apparizione del cartello che dichiarava soli sei chilometri all'agognata meta.
Sconforto totale al passaggio di un cartello menzognero che ad un tratto dichiarava 42 chilometri all'area di sosta successiva. Smentita con fermezza dalla sorella meno emotiva che, donna di mondo, dichiarava che era, appunto, la successiva, e non quella a cui agognavamo noi.
Gli ultimi chilometri sono stati i più terribili, ma abbiamo avuto la forza di pianificare l'azione:
“Prima di tutto andiamo in bagno, poi, visto che sono le due passate, mangiamo qualcosa, mettiamo il gas e, senza passare da casa, a sto punto, andiamo anche a prendere il cane da portare in pensione.”
“Ottimo piano!”

L'autogrill si è stagliato davanti a noi, alla fine, come una visione celestiale. Siamo riuscite a parcheggiare l'auto con una certa signorile compostezza e con passo già rapido, ma pur sempre rispettabile, ci siamo avviate verso i bagni. Che per fortuna erano vuoti, perché credo che, a quel punto avremmo buttato giù a spallate chiunque avesse osato frapporsi fra noi e il paradiso di una toilette.
Siamo riemerse decisamente più distese e fiduciose, pronte ad affrontare il secondo passo del piano: nutrirci.
Dalla vetrina dell'autogrill campeggiavano tristi panini con antica insalata, cotolette depresse, prosciutti avvizziti e pomodori che sembravano sussurrare:”ti prego! Mangiami, prima che mi buttino via!”. Con prezzi da cucina di Vissani.
E siccome siamo due ragazze assennate e di buoni principi ci siamo dette che no, mangiare delle schifezze di quel genere a quel prezzo veramente non va!
Così, fatto il pieno di gas, siamo risalite in macchina alla ricerca di qualcosa di commestibile con un rapporto qualità-prezzo più accettabile.
Infatti ci siamo fermate al Mc Donald's sulla tangenziale, dove abbiamo depositato una cifra esosa per nutrirci di un panino con hamburger di cemento, farcito di insalata di scagliola e altri ingredienti su cui preferisco sorvolare. Ci siamo autogiustificate dicendoci che qualche schifezza, ogni tanto, ci sta.
Rammaricate di aver saltato la provincia del salernitano, ma ripromettendoci di perderci anche da quelle parti una volta o l'altra, ci siamo volte all'attuazione dell'ultima parte del piano: recupero del cane in quel di Arco Felice e trasporto dello stesso a Trentola Ducenta.

Siamo riuscite a non smarrirci troppo (solo un paio di inversioni di marcia) dalle parti dello Scalandrone e, arrivati in un posto in mezzo al nulla, abbiamo caricato a bordo una specie di rudere di pastore tedesco che guaiva e puzzava in maniera impressionante. Incuranti della pioggia siamo ripartite a finestrini spalancati, ma poi c'è venuto lo scrupolo che potesse venire una bronchite alla povera bestia, e ci siamo ridimensionate. Per temerarie ed interne strade (“Qui più o meno mi oriento!” ha dichiarato la sorella pilota, ed io rassegnata ho taciuto) abbiamo raggiunto la pensione e scaricato la bestia malausseniana, finalmente pronte a rientrare alla base. Mi sono prospettata un pezzetto di fine pomeriggio rilassato e ho iniziato a sorridere. Peccato che arrivati a casa di mammà, dove avevamo lasciato Wendy in compagnia della sorella, abbiamo trovato che le due quadrupedi, nell'attesa, s'erano date all'archeologia e avessero deciso di disseppellire Pompei nel giardino. Leste come le saette, prima che mammà potesse prenderci a fucilate (e come darle torto?) abbiamo rassettato il giardino. Alla fine dell'opera la santa sorella (quella mia, non di Wendy) ci ha caricate (di nuovo!) in macchina e ci ha riportate a casa.

Rientrata da poco, non credo che stasera cenerò: per digerire il cemento armato e la scagliola occorrono alcuni giorni. Sto pensando ad una tisana di acido muriatico o, in alternativa, ad una zuppa di disgorgante. Per il momento anelo a divano, pigiamino, telecomando.

19.7.12

Il Patiuccio

Fino a marzo di due anni fa abitavo in una minuscola casa in centro: l'ho amata molto perché mi ha accolta e protetta in un momento particolare, mi era comoda per la sua ubicazione e in più aveva un minuscolo cortilino, tutto mio, in cui potevo sbizzarrirmi a coltivare qualche pianta. Quando il consorte, dopo alcuni anni di pendolarismo, si è stabilmente stanziato in casa, abbiamo cominciato a sentirci un po' strettini. Non che dovessimo ballare l'hully gully, ma accadeva sovente che quando il marito si fermava nel punto centrale si verificava una spartizione della casa in un aldiquà e aldilà dell'omone, con conseguenti ingorghi e disagi per la circolazione. In più avevamo cambiato abitudini, la macchina ci serviva più spesso, e parcheggiare in zona equivaleva più o meno a fare un sei al superenalotto. Per evitare un esaurimento nervoso ci siamo decisi a cercare una nuova casa più adatta alle nostre esigenze.

La ricerca è stata celere e fruttuosa e nel giro di poco tempo, fra avversi numi, ma carichi di speranza e buona volontà (maggiori dettagli sull'evento: qui ), il trasloco è avvenuto.
La nuova casetta è una graziosa scatoletta verde menta, nascosta tra alberi di arancia e di limoni, più altra verzura mista, con davanti un campo che viene coltivato (e quindi mi vedo in diretta gli ortaggi nascere, crescere e venire colti ), e intorno poche casette sparse, alla periferia della periferia, dove finisce la città: dopo ci sono solo le colline.
Da un lato di questa scatoletta sporge un piccolo patio, chiuso da una rete bianca e un cancello verde: questo riquadro di due metri per sei è il mio Patiuccio, la mia isola di pace della bella stagione.
In questo spazio, che il mio amorevole marito chiama “er gallinaro”, pascolano pigramente i felini, il cane, svariate specie di insetti, volanti e non, insieme alla sottoscritta. Il marito no. Non appena mette il naso fuori per più di cinque minuti comincia a sentirsi assalito dai moscerini, dalle zanzare e da tutto l'ordine dei ditteri del creato.
In uno slancio di entusiasmo da sindrome da casetta nuova ho deciso che la mia casa verde, immersa nel verde, doveva tenere anche il Patiuccio verde. Ho ereditato alcuni gerani dall'inquilino precedente, ho portato le mie vecchie piante e ne ho acquistata qualcuna nuova. La disposizione iniziale era gradevole, ma dopo due anni si capisce che nonostante io profonda grande affetto e slancio verso di loro, non vengo abbastanza ricambiata: c'è una certa anarchia vegetale, a cui però mi sono affezionata, essendone oltretutto concausa.

La pianta prevalente è il geranio, in numerose (e spesso a me sconosciute) varianti: non è che li ami particolarmente, ma siccome volevo piante robuste e semplici da tenere, mi sono adattata. Confermo la loro robustezza: sono sopravvissute persino ad un mio slancio potatorio in cui temevo di averle sterminate. Molte di loro ce l'hanno fatta, ma temo che abbiano riportato qualche trauma emotivo perché ormai sono diventate totalmente folli. Ho gerani foltissimi e lunghissimi, ma senza un fiore. Ho gerani che si sono seduti nel vaso e sventolano uno stiracchiato fiorellino. Ce ne sono altri pieni di fiori, ma con tre foglie. Ovviamente non fioriscono mai contemporaneamente, ma a singhiozzo. Pendono lì dove non dovrebbero pendere, invadendo panca e sedie. Il geranio imperiale è l'unico che si sta sforzando di tenere alta la bandiera continuando imperterrito a sostenere foglie e fiori dall'inizio della stagione, fedele al suo nome.
Stamattina, esasperata da questa specie di caos vegetale,mi sono armata di santa pazienza e gli ho dato una sistemata. Armata di cesoie e spago li ho messi tutti belli in fila e ora sembrano una perfetta armata Brancaleone di gerani. Ma almeno posso sedermi in santa pace.
La vicinanza di piante emotivamente turbate non deve aver giovato alle altre, che pure, oltre al popolo dei gerani, si comportano in modo strambo.

L'estate scorsa ho ricevuto in regalo una bellissima pianta rampicante, di cui ovviamente non ricordo il nome, che faceva dei magnifici fiori rosa. L'inverno è stato freddissimo, e la poverina si è salvata per miracolo. Però tra il gatto che le mangia le foglioline appena spuntate in basso e la gelata che si è presa, ha riportato danni anche lei. Credo che stia tentando di evadere. Si è arrampicata fin sotto la tettoia, portandosi su tutte foglie, ma lasciando rami nudi, e da lì ogni tanto emette qualche fiore, mentre studia come scavalcare la rete.
Poi c'è il gruppo piantine aromatiche e stagionali, da cui il timo ha ben pensato di tirarsi fuori defungendo, che è attualmente formato da:
un basilico che tutelo maternamente dal bruco geometra, spostandolo di qua e di là nevroticamente, e lui ne risente.
Una menta decorosa, ma luuuuuuunga e magra (e non è mentuccia: quella mi è morta due anni fa).
Un peperoncino che in questa gabbia di matti si è trovato benissimo, e quindi produce allegramente.
Il rosmarino è il decano della tribù e piaceva tanto a Gatto Ciro, che si faceva lunghe dormite acciambellato nel suo vaso. Ora è un cespuglione fitto che tenta di buttarsi giù dal muretto.

Al di fuori del Patiuccio, poi, ci sono quelle piante troppo ingombranti e che fanno da sentinella all'ingresso, unitamente ad uno sparuto gruppo di piante grasse, felicissime e vitali perché nessuno le pensa. La capostipite è una lantana che mi ha seguito fedele in tutti i miei (numerosi) traslochi, dal temperamento drammatico: come salto un'annaffiatura si accascia, sviene e assume l'aria di quella che morirà a breve. L'affogo, ma beve come una dannata. Accanto c'è la buganvillea col singhiozzo: fiorisce quando le pare e a zone, ma almeno non sta continuamente a chiedermi di bere.

Quest'estate, finalmente, mi sono anche decisa a farmi installare un magnifico rubinetto a cui ho potuto collegare il tubo per innaffiare e ora siamo tutti più felici, visto che ho smesso di trasportare annaffiatoi avanti e indietro e posso permettermi di essere più generosa nella bagnatura. Mi pare che le creature vegetali ne siano liete. La popolazione animale un po' meno, avendo sperimentato quanto aggressivo possa essere quell'aggeggio se ci si avvicina troppo.

La sera, qui, l'aria è talmente fresca che è d'obbligo uno scialle. Intorno c'è un silenzio pigro, da paese, che sembra di stare in vacanza. Il gatto anziano pisola sul tavolo. Il gatto giovane e la cana, da quando hanno fatto amicizia, giocano e vanno a caccia di insetti assieme. Io mi godo queste serate d'estate e mi rendo conto che davvero c'è bisogno di molto poco per stare bene al mondo.

14.7.12

La Parmigiana di melanzane


L'argomento Parmigiana di melanzane è vasto e spinoso.
Vasto perché esistono numerose e più o meno attendibili versioni di ricette di parmigiana, e spinoso perché ogni estimatore e cultore di questo piatto ritiene di essere in possesso della Ricetta, quella vera o, se non cucina, di aver mangiato la Sola, Autentica e Unica Parmigiana Perfetta una volta nella vita, fatta dalla mamma, dalla zia, o in quel ristorantino …
Io sono molto meno talebana: le mangio tutte, alcune le apprezzo più, altre meno, e sperimento nella speranza di riuscire ad incrociare un'idea di parmigiana gustosa con un effetto che non sia decisamente mortale da un punto di vista calorico. Anche se c'è poco da fare: una parmigiana corretta e a modo può essere gradevole, ma è totalmente priva dei requisiti che la possano far ricordare come una vera parmigiana. Oltretutto è anche un lavoraccio e quindi non vale la pena di fare una faticata per poi trovarsi nel piatto una cosetta insulsa che fa tanto bene alla dieta, ma poco allo spirito.

Ingredienti base (da assumersi come certezze):

Melanzane: quelle lunghe. Non quelle immense, lucide e violette, che sembrano finte e sono piene di pane. Quelle scure, piccole e lunghe. Circa un chilo e mezzo.
Pomodori da sugo: circa un chilo e mezzo. Se andate di fretta va bene anche una bottiglia di passata, ma non è proprio lo stesso.
Basilico: possibilmente a foglia piccola.
Provola: questa è la mia personale certezza. Nella parmigiana ci va la provola. Il fiordilatte pure ci va bene, la mozzarella ancora può andare, ma solo se è buonissima, perché è un po' troppo acquosa. Il formaggio no. Di qualunque tipo, no. Si è passibili del reato di uso criminoso della parmigiana. Per provola, specifico per i non partenopei, si intende il gustoso latticino affumicato, in genere di mucca, talvolta di bufala, saporitissimo. Nella parmigiana non metterei la provola di bufala, che mi pare eccessivo, ma è un'opinione. In ogni caso, ce ne vuole un mezzo chilo.
Parmigiano.

Procedura (con divagazioni e varianti)

Per prima cosa si procede con il sugo. Date una bella scottata in acqua bollente ai pomodori, finché non si spaccano. Scolateli, lasciateli un po' raffreddare e poi passateli al passaverdura. In un tegame fate soffriggere con poco olio un ciuffetto di basilico e uno spicchio d'aglio. Quando l'aglio è dorato, toglietelo, insieme al basilico se non siete amanti delle foglie nel sugo, se no lasciatelo, che gli fa bene. Versate nel tegame la passata di pomodoro, aggiungete un pizzico di sale e lasciate cuocere qualche minuto: il sugo non deve essere denso e troppo cotto, è giusto una bollitura.
Se optate per la passata, ovviamente procedete nella stessa maniera, magari aggiungendo un po' d'acqua, se no viene troppo ristretto.
Sul sugo ci sono già le prime varianti: alcuni mettono della cipolla al posto dell'aglio, altri non mettono né aglio né cipolla, altri ancora non fanno prima il soffritto, ma mettono tutti gli ingredienti assieme e li lasciano solo sobbollire per un po'. Sono varianti da sperimentare, anche se personalmente non propendo per il sugo alla cipolla nella parmigiana.

Passiamo alle melanzane: vanno tagliate a fette lunghe, dello spessore di circa mezzo centimetro e adagiate in un colapasta, alternate con manciate di sale grosso, a strati. Terminata l'operazione di affettatura e adagiamento, coprite con un piatto, mettete un peso (la classica pentola piena d'acqua) sul piatto e, dopo aver spostato il tutto in un lavello o in un piatto capiente, lasciatele una mezz'ora a perdere l'acqua. Passato il tempo necessario, smontate tutto l'ambaradan, sciacquate le melanzane e strizzatele delicatamente.
A questo punto inizia la fase di frittura. Versate abbondante olio (di oliva, di arachidi, o di quel che usate normalmente per friggere, magari evitando cose aliene tipo Friol ed altre aberrazioni di quel genere) in una padella e, con santa pazienza, disponetevi a friggere tutte le melanzane in modo da renderle belle dorate e croccanti. Mettetele su carta assorbente a perdere un po' di grasso e preparatevi alla fase successiva.
Varianti: alcuni infarinano le melanzane prima di friggerle, altri le infarinano e poi le passano nell'uovo sbattuto. Con l'infarinatura vengono un po' più asciutte ed è una soluzione che non mi dispiace. Con l'aggiunta dell'uovo, secondo me, si rende il tutto troppo pesante. In ogni caso, anche questa è una certezza, la vera parmigiana è senza orpelli: la melanzana va nuda verso la sua sorte.

Prendete adesso una teglia da forno (tonda o rettangolare: ci sono opinioni discordanti anche sulla forma della parmigiana, ma direi che non è fondamentale schierarsi), distribuite un po' di sugo sul fondo e iniziate a operare così: strato di melanzane, fettine di provola, spolverata di parmigiano, foglioline di basilico, sugo. Continuate fino a chiudere con uno strato di melanzane, ricoprendo con abbondante sugo, ancora spolverata di parmigiano e basilico.
Per gli strati conviene organizzarsi con precisi calcoli tra i vari ingredienti e pianificazione accurata, in modo da non trovarsi senza sugo a metà dell'operazione, o con poche melanzane per comporre gli strati. Tenete da parte abbondante salsa per la copertura finale.
Ho letto da qualche parte il suggerimento di mettere nel sugo, ormai freddo, uno o due uova sbattute, ben incorporate, e di procedere così al montaggio della parmigiana, in modo che a fine cottura resti più legata. Non l'ho sperimentato personalmente e sono titubante, anche se effettivamente la cosa potrebbe avere un senso. Ma non sono certa che l'uovo nel sugo faccia parte dei Sacri Canoni della Vera Parmigiana.

Prendete la teglia e mettetela in forno ben caldo finché sulla superficie non si forma una bella crosticina dorata. Lasciatela raffreddare e riposare e, al momento opportuno, affrontatela abbondantemente muniti di pane cafone, quello vero, e magari facendole compagnia con una bella mozzarella di bufala.

Buon appetito!

12.7.12

Welcome, Wendy!


Come ho appena raccontato, l'ultimo arrivo di casa è stato la bionda Wendy. Che attualmente è un'esuberante, emotiva e svampita cucciolona bionda di otto mesi e 25 chili abbondanti.
Quando l'ho incontrata era un esuberante, emotivo e svampito biondo cucciolo di due mesi, in mezzo a due sorelle nere. Una tutta nera a pelo liscio, l'altra tutta nera, con la punta una zampetta bianca e col capello un po' più mosso.
Dopo battaglie col buon senso e col raziocinio, perse in partenza, da gattofila diffidente, ma intenerita, mi sono portata la svampita in casa, oltretutto già perdutamente innamorata del marito (il mio), e mossa dalla curiosità di vedere come sarebbero state le relazioni con i coinquilini felini.
In realtà Wendy aveva già una certa esperienza di gatti, avendo vissuto dai due ai sei mesi con le cinque gatte di casa di mia sorella. Le quali, nei confronti dei cani, hanno adottato il matrix-pensiero “Il cane non esiste”, tranne l'ultima arrivata (che nel frattempo, da quello scarabocchio che era, è diventata una deliziosa piccola esile gatta socievole ed equilibrata), che ha deciso di socializzare con quelle bestione chiassose. Essendo molto piccola, però, rischia anche di essere sopraffatta fisicamente, per cui ha deciso di relazionarsi stando in postazioni alte. Col risultato che quando la cana le si avvicina, la annusa o la lecca, lei le si abbraccia al naso o alle orecchie e gliele mordicchia. Con il cane di mia sorella ha una relazione, ovviamente, migliore e sono state anche viste condividere lo stesso giaciglio.

I miei due poveri felini, invece, non avevano mai avuto a che fare con il genere “cane”, tranne qualche fugace incontro nelle sale d'attesa dei veterinari o per sentito dire. I due. Oltretutto avevano anche trovato un discreto equilibrio (del tipo: il piccolo molesta il grande, gli fa gli scherzi, l'altro si indigna, si dichiara sconfitto e se ne va: non è mai stato un competitivo), ma si sa: gli equilibri sono fatti per essere spezzati, e quindi i gatti di casa si sono visti piombare in casa questa specie di grosso alieno, per giunta femmina, rumoroso, invadente e ingombrante. Un minimo di pietà nei loro confronti mi ha fatto portare in casa, prima del cane, la sua copertina, per fargli conoscere il nuovo odore. Per un paio di giorni sono andata stropicciando la copertina al profumo di cane in giro per casa, tipo messaggio minatorio: ragazzi! C'è qualcosa di nuovo nell'aria! Preparatevi!
Inutile dire che la prima reazione è stato lo sciopero organizzato (non della fame: quello mai!): i felini si astengono da ogni attività sociale e, compatibilmente con l'orario dei pasti, diventano invisibili. La reazione era ampiamente prevista e quindi li ho trattati come se nulla fosse.
Dopo qualche giorno infatti, mentre combattevo con Wendy per la conquista del divano e del letto (Battaglia ampiamente vinta: sui divani e sui letti ci stanno umani e gatti. Perchè sì: sei un cavallo e sul divano e sul letto non ci puoi stare!), si sono visti i nasi dei felini sbucare dalle postazioni di osservazione e passare alla fase successiva: esame (prudente) visivo e critico, raccolta dati sull'alieno. Alieno che, accortosi dell'interesse suscitato, ha pensato bene di socializzare in maniera esuberante, scodinzolando, saltellando e tentando di annusare quei simpatici puffi baffuti che la scrutavano da dietro ai divani e da sopra le librerie, provocando una ritirata disordinata e indecorosa tra le truppe feline.
Col tempo le relazioni sono decisamente migliorate: cortesi e freddi “buongiorno!” accolti dalla fanciulla con una certa ritrosia, molto delusa dalla scarsa socievolezza di quei due.
Poi è iniziata l'inevitabile fase di ridiscussione degli spazi e del territorio. Il gatto grande ogni tanto, dall'alto di un tavolo o di una sedia, le ha fatto alcune precisazioni sulle usanze di casa, in maniera decisamente ferma, ma tutto sommato civile. Il piccolo, più cordiale, si avvicinato cautamente, mentre lei dormiva, e coraggiosamente le ha dato una bella annusata. Non ha fatto alcun commento e se ne è andato. Grande motivo di superamento delle barriere è il pasto. Non si capisce bene perché, ma i gatti, potendo, mangerebbero cibo per cani e viceversa. Wendy si fionda nelle ciotole di pappa dei gatti (di qualunque tipo, acriticamente) ogni volta che può, il che costringe i gatti e mangiare perennemente in situazioni sopraelevate (il che, inutile dire, li ha indignati.) I gatti usufruirebbero volentieri dei pasti di Wendy, senonché competere con un vorace aspirapolvere dalla bocca larga non è facile, e quindi il massimo che riescono a portare a casa è qualche scippo con destrezza nelle fasi di preparazione alla somministrazione. Io li lascio fare perché è bene che conoscano usi e costumi diversi.

I rapporti, alla fine, sono decisamente progrediti: quando rientra da fuori Wendy è così felice di rivedere i suoi amici che, se becca il gatto grande lo prende a linguate a tradimento, pelo e contropelo, mentre quel poverino rimane con gli occhi sgranati senza aver avuto il tempo di realizzare che cosa gli sia passato addosso. Con il gatto piccolo, con cui ha maggior confidenza, preferisce chiuderlo negli angoli e ficcargli il naso nel sedere, ottenendo anche lì una sgranatura d'occhi da parte del malcapitato. Ieri sera, però, i due erano assieme a caccia di scarabei. Sono quasi certa che con l'arrivo della stagione fredda e la scoperta dei termosifoni, li troverò a condividere la cuccia.

Oggi abbiamo portato Wendy dal veterinario per farla sterilizzare: avevamo già deciso di farlo, ma ha cominciato ad avere problemi ormonali, e quindi ci siamo decisi. La poverella ora sta qua fuori al fresco, riprendendosi dall'anestesia, ogni tanto pigola, ma si sta riprendendo bene. In un paio di giorni dovrebbe tornare in forma, anche se per un po' dovrà fare vita ritirata e senza rotolarsi nel terreno come una cotoletta.
Confesso che ogni remora che avevo rispetto all'idea di avere un cane si è sciolta come neve al sole. Mantengo una mia predilezione per i felini: li capisco di più e spesso mi stupisco di quanto sia più dipendente un cane. Però è anche vero che il mio livello di buonumore è aumentato: al mattino il saluto alle truppe è decisamente più movimentato, mi inteneriscono molto le sue orecchie asimmetriche e mosce, ed è una rompiscatole patentata, ma troppo simpatica.

10.7.12


É trascorso quasi un altro anno dall'ultima volta che ho scritto qualcosa. Non é che non abbia da raccontare, anzi: forse sono talmente tante le cose, e così veloci, da avere sempre la sensazione di arrancare, sempre un passo indietro a me stessa e al mio mondo, senza il tempo di metabolizzare quel che mi accade, mi circonda, mi sovrasta e mi attraversa. Coi miei ritmi da bradipo frastornato collido con la vita, impatto con le cose, e prima di riuscire a capire che un tir mi é passato addosso e magari prendere pure il numero di targa, ho bisogno di quei venti minuti per realizzare, e nel frattempo posso essere travolta da una bici in corsa, calpestata da una mandria di bufale, derubata della borsa, inciampata in una pozzanghera, dopo aver calpestato un nido di formiche rosse e anche molto arrabbiate. Insomma, sono una che ha i suoi tempi. Non é che siamo tutti uguali freschi, reattivi e pronti allo scatto felino. E poi non é scritto da nessuna parte che sia io ad andare troppo piano: forse sono le cose che sono troppo veloci. Comunque sia, ogni volta che mi guardo indietro non smetto mai di stupirmi di quanto velocemente le cose cambino e di quanto lontano può portarti la vita una volta che le hai dato fiducia.
Eventi eclatanti dell'anno trascorso:

- A settembre mi sono sposata. Era da un po' che ci pensavamo. A luglio siamo andati in comune ad informarci e l' impiegato ci ha informato talmente bene che siamo usciti di lì dopo aver dato parola e fissato la data. E così il 15 settembre ci siamo sposati in comune con cerimonia lampo. Una cosa del tipo: "Hey tu, vuoi sposare quello lì? Hey tu, vuoi sposare quella là? Si si. Bravi bravi vi dichiaro marito e moglie" Applausi dagli astanti col fiatone che, neanche il tempo di salire la rampa di scale del comune, rischiavano di perdersi la commovente cerimonia.
Il 19 settembre, sotto l'ala protettiva di San Gennaro, che ha tenuto le nuvole regalandoci una giornata splendida nonostante le premesse, ci siamo risposati in casa, con rito country-western e delegato (vero) che officiava la cerimonia (finta) in un giubilo di parenti stretti e amici intimi: giusto una cinquantina di persone per non esagerare. Il matrimonio vero per me è stato questo ed ho un ricordo di una giornata bellissima e di un'atmosfera magica da festa in campagna e anche un po' da film.
Per non farci mancare niente e non trascurare la vasta cerchia di amici, poi, il sabato successivo abbiamo festeggiato anche con loro, sempre nel giardino di casa di mammà, con tanto di televisore piazzato perché, per carità, giocava il Napoli, e davanti al tifo non c'è festa che tenga. La pasta e fagioli durante l' intervallo fra i due tempi è stata apprezzata dalla tifoseria presente.
In sintesi posso affermare che il tanto decantato matrimonio di Kate e William, a noi, ci ha fatto un baffo.

- Sempre a settembre un altro avvenimento ci ha messo allegria: due cugine contemporaneamente in dolce stessa. Scommesse sul sesso dei venturi pargolini, ci si aspettava, per equità, un maschietto e una femminuccia, ma alla fine, a maggio, a distanza di pochi giorni, sono sbarcati in questo mondo Alessandro e Simone (in ordine di apparizione). I rispettivi nonni hanno perso i sensi e, nelle riunioni di famiglia, ormai si assiste spesso a disdicevoli scene di maturi signori che cinguettano, squittiscono, fotografano e hanno sulla faccia un'espressione di perenne beatitudine, come se invece di un nipotino fossero inciampati in un pusher ben rifornito. Le nonne li battono decisamente in sobrietà e compostezza. Va aggiunto che veramente i due bimbi sono bellissimi, intrattengono la famiglia come due vecchie star e la nonna, diventata finalmente bisnonna è contenta di avercela fatta ad incontrare i suoi pronipoti.

- A novembre, dopo aver raccolto tutti i documenti in una mirabolante caccia al tesoro ricca di imprevisti e colpi di scena, abbiamo presentato domanda di adozione. Mi ero un po' impressionata leggendo e ascoltando in giro, ma alla fine siamo stati fortunati perché l' iter burocratico è stato abbastanza celere e già a dicembre ci siamo ritrovati immersi in un garbuglio di incontri colloqui e corsi, in un percorso abbastanza denso e interessante: dire che ci hanno rivoltati come un calzino è poco, ma rende bene l'idea. Abbiamo sondato i nostri limiti, sfidato i nostri dubbi ed incertezze, tra risposte che diventavano nuove domande e ne siamo venuti fuori sufficientemente consapevoli della bella sfida che abbiamo intrapreso. Ora siamo in attesa di risposte dal Tribunale dei Minori, fiduciosi del responso e desiderosi di incontrare la creatura che il destino (e il giudice) vorrà affidarci.

- Sul finire di dicembre invece siamo inciampati in una cucciolata di tre cagnoline sorelline abbandonate in uno scatolone e ritrovate da un'amica di mia sorella, a cui sono state affidate in attesa di trovare collocazione. Dopo averle incontrate praticamente tutti i giorni, vedendole crescere e continuando a blaterare che no, un cane non lo voglio, ho già due gatti, il cane richiede troppo impegno e dedizione e altre ovvietà del genere, mi sono portata a casa l' ultima delle tre cucciole, che ancora non aveva trovato alloggio, dopo che le altre due si erano accasate una presso la sunnominata sorella (e i suoi 5 gatti) e l' altra presso un'amica. Soffocata da sensi di colpa artatamente provocati sempre dalla sorella: "ora mettiamo l' annuncio per vedere se possiamo piazzarla, ma poverina è la più tenerella e dolce, io posso farci attenzione, ma poi uno come fa a sapere se magari la tratteranno male?" Dopo due notti di incubi, vedendomi davanti agli occhi il musetto della bestiolina emaciata, maltrattata e magari pure incatenata non ce l'ho fatta (e la mia vigliacchissima sorella lo sapeva bene) e mi sono portata la cana a casa. I rapporti coi felini meritano un racconto a parte, quindi mi limiterò solo a dire che la relazione funge ed è fonte di grande ilarità. Alla fine della storia mi ritrovo fra i piedi una bionda cucciolona di circa otto mesi e venticinque chili graziosamente distribuiti, di nome Wendy (nulla a che vedere con Peter Pan, ma ispirato alla bionda soubrettona americana Wendy Windham), svampita, emotiva, fifona e tenerissima.


Il resto dell'anno è naturalmente proseguito come conseguenza di tutte queste novità che, direi, mi sembrano sufficienti per un po'.
Stasera è finalmente una domenica sera che sembra quasi già vacanza: approfittando del caldo feroce ho ripreso possesso del mio amato patio, condiviso con gatti, cane e zanzare. L'aria è abbastanza fresca, c'è silenzio, il basilico profuma, i gerani sono fioritissimi e io mi godo questo momento di pace: tra poche ore sarà di nuovo un lunedì di luglio inoltrato e ho ancora un po' di cose da sistemare prima di concedermi una meritata vacanza.

13.8.11

LE SOLITE QUATTRO GATTE


Chi mi conosce sa che sono gattofila. Ho anche una famiglia e parecchi amici gattofili. Tra gli intimi, assommati, possiamo fare una modesta concorrenza ai quarantaquattro gatti in fila per sei col resto di due. In particolare: io ho due gatti, mia sorella cinque.

Il che merita ulteriori precisazioni. Anche prima avevo due gatti, ma, purtroppo, la composizione familiare è cambiata: a novembre il mitissimo geometra Ciro ha lasciato questa valle di lacrime, e la sua ciotola è stata ereditata da Jeremy.
Il nuovo acquisto è un comune, comunissimo fino ad essere disdicevole, gatto e
uropeo bianco a macchie nere, salvato, insieme a tutta la cucciolata, da un'amica, che li ha recuperati, piccolissimi, mentre andavano alla deriva in uno di quegli acquazzoni di fine estate dagli effetti devastanti. E' arrivato in casa piccolissimo: una specie di topino magro roseo e ossuto,con la codina a miccia, dalla fame incontenibile e dall'energia inesauribile. Ha trovato una pessima accoglienza da parte di Pasquale, che già è un gatto dallo scarso senso dell'umorismo e dalla nevrosi facile, che in più era ancora sotto choc per la morte di Ciro. Ha dovuto farsi assestare parecchi ceffoni e subire parecchie ringhiate, prima di essere tollerato e poi accettato.
Attualmente è una specie di siluro di cinque chili, con le zampette secche, lunghissimo, un po' sinuoso e fainiforme, allegro ed emotivo. Si sta rifacendo, ora che lo so
vrasta fisicamente, della festa di benvenuto che gli aveva riservato Pasquale e il suo divertimento preferito è balzargli addosso all'improvviso, preferibilmente piombando giù da un punto alto, con la faccina da pipistrello cazzimmoso, provocando strilli, soffi e sbuffi nella seriosissima vittima. Che se non altro sta facendo una vita sicuramente più movimentata di quando al massimo, giovincello, mordicchiava le cavigliette del mite Ciro. Gira gira, anche per i gatti, la vita è una ruota …

Mia
sorella, dicevo, ha cinque gatti. Che è quasi un'anomalia, nel senso che per anni ha sempre avuto quattro gatti. Ovviamente non sempre gli stessi, ma per un motivo o per un altro i gatti in casa sono sempre stati quattro: se ne moriva uno, dopo poco ne arrivava subito un altro, e finché erano quattro non ne capitavano altri. I soliti quattro gatti, appunto. L'ultimo quartetto era composto di sole femmine: la più anziana, Maestro Yoda, saggia e autorevole; Lo Passero (detta anche Riina), gatto dall'indole contemplativa ma anche un po' mafiosetta; La Piccola (diminutivo di ScusiMaLeiE'LaPiccola di malaussenniana ispirazione), felina ghandiana e pacifista ad oltranza; La Pelosa (detta anche Nancy), gatta d'angora completamente sorda, che per farsi accogliere dalla famiglia ha pensato bene di buttarsi di sotto da un albero, fratturandosi una zampa.

Il gruppo di madamigelle si era appena assestato a suon di schiaffoni e minacce per stabilire una sana gerarchia interna (Si sono viste scene da Gatta Cenerentola, nelle fasi acute del conflitto.), quando è stata introdotta nel gruppo l'ultima trovatella: 380 grammi di ossa e di parassiti raccolti al margine di una strada a scorrimento veloce, stremata, affamata e fiduciosa. Amorevolmente ripulita, nutrita e spulcettata, con ormai ben 500 grammi di puro gatto da portare a spasso, è stata introdotta nel gruppo. La prima reazione (molto femminile) è stata “Yiiiipes! Un topo!!”. Poi all'unanimità è stato stabilito che “quel topino non esiste!”. Senonché l'inesistente topino, tutt'altro che virtuale, si fiondava nelle loro ciotole spazzolando tutto alla velocità della luce, motivo per cui le fantastiche quattro hanno deciso di prendere atto della sua esistenza, ma soprattutto della necessità di impartire un po' di educazione a quella scalmanata. Adesso sono nella fase di scapaccioni educativi, specie nei paraggi delle ciotole e dell'ora dei pasti, ma i rapporti con la nuova arrivata migliorano di giorno in giorno. Lei,ormai con la pancina a botticella e la sicurezza del cucciolo che ha trovato ricovero, saltella per casa, giocando con qualunque cosa alla sua portata che si muova. Provocando malcelato disappunto nelle altre, che come vecchie zie zitelle la guardano con l'aria di “signora mia che tempi, sti giovani d'oggi, non c'è più rispetto”.

L'arrivo della piccola pazza scatenata è stato, però, preceduto da un altro evento che pure ha turbato non poco il quieto vivere delle signorine, abituate alla placida vita di appartamento con vasto terrazzo
isolato da possibili brutti incontri. Adesso sono state trasferite (anche se “traslocate” è il termine più esatto, vista la scarsa collaborazione che hanno mostrato nel passaggio) in una graziosa villetta con un po' di giardino che, per quanto ben recintato, lascia spazio a intrusioni di felini curiosi nei paraggi.
I primi giorni in effetti le ragazze hanno un po' risentito del cambio di casa, ma poi Maestro Yoda ha smesso di scavare tunnel tra i borsoni, Riina ha rinunziato all'angolo del divano a cui era aggrappata con gli occhi sgranati da lemure preoccupato, La Piccola ha messo fuori il naso da sotto al letto, La Pelosa ha co
ntinuato ad esplorare e a sparire tra i meandri della casa. Intanto nel quartiere s'era sparsa la voce che erano arrivate quattro nuove ragazze. Ogni tanto sbucava qualche gatto venuto a dare un'occhiatina alle bambole, che ostentavano indifferenza, da brave gatte di buona famiglia, ma curiosissime. Il primo ad arrivare è stato un bel gattone grigio che si era messo a fare una corte spietata alla Piccola: da dietro la rete della finestra della stanza da letto, e lei, appena uscita da sotto al letto, dall'altra parte, a guardarsi con gli occhietti languidi. Poi però è comparso Vladimir, aitante gattone rosso dall'aria vissuta stile Jean Paul Belmondo, un po' sgembo, ma fascinosissimo, che ha sbaragliato tutta la concorrenza. Ogni tanto appare in qualche angolo del tetto o del muro di recinzione, fermo, scrutando sfacciato Maestro Yoda, che arrosisce, ma resta in posa plastica a farsi contemplare. Oppure si lancia in arditi incontri nell'aiuola con La Piccola, annidata nell'erba, stile:”oh salve, pure lei qui nell'erba alta?”, che sembra gradire. Persino Lo Passero, mentre contempla l'infinito, lancia un'occhiata distratta e, se lo intercetta, lo guarda con gli occhietti tondi e perde tutta la concentrazione.
La Pelosa continua a esplorare la casa, il giardino e a cercare i punti di fuga, che è l'unico motivo per cui guarda Vladimir: capire come diavolo fa a passare dappertutto.

E così ogni tanto mia sorella si perde La Pelosa, la recupera e aggiunge pezzi di rete. Il problema è che quella benedetta gatta è completamente sorda: gira con un campanellino al collo perché non la si può chiamare, se la si tocca alle spalle o mentre dorme sussulta, è sempre vissuta in casa, non la si può mandare in giro. In compenso è l'unica che non ha paura dell'aspirapolvere.

Nel frattempo però, le piratesche invasioni di Vladimir sono state rintuzzate dallo scatenato quartetto che, in autogestione e al grido di “Il cortile è mio, lo gestisco io!”, gli hanno fatto 'na bella 'mparata 'e crianza (tradotto: una severa lezione di buona educazione), insegnandogli a chiedere permesso prima di entrare in casa altrui.
Ogni tanto all'improvviso si sentiva un grido da erinni e, affacciandosi a guardare, si poteva osservare Vladimir in corsa, a zampe levate, stile palla di cannone, inseguito da un'inferocitissima gatta che però, appena messo in fuga il malandrino, tornava a leccarsi pelo e zampette, indisponentemente trionfante.
Però questo non ha fatto che accrescere la passione di Vladimir: una volta che l'ho visto fuggire inseguita da Maestro Yoda con lo sguardo fiammeggiante, aveva l'aria di divertirsi un mondo ed era evidente che pensava “Uao! Che femmene!!!”. Il risultato, in ogni caso, è che ora le guarda da lontano e si accosta solo se gli viene consentito. Anche se credo che tra poco, un caffè assieme riusciranno a prenderselo.